“Scheletri”: fanno male ma ne abbiamo bisogno

Parlare di un libro come “Scheletri”, la graphic novel di ZeroCalcare (nom de plume di Michele Rech), per me non è una cosa facilissima. Facilissimo è stato leggerlo tutto d’un fiato, spassoso anzi, perché l’ironia e l’umorismo di ZC sono irresistibili e il ritmo narrativo costruito dal fumettista romano (anzi, “de Rebibbia” direbbe lui) è solido e serrato. Ma dove la narrazione colpisce davvero è a livello emotivo.

Sono coetaneo dell’autore e quindi scoprire una storia ambientata nei primi anni Duemila, rivedere me stesso diciottenne nei suoi personaggi mi ha colpito duro, perché negli occhioni e nelle speranze della sgangherata combriccola che si divide tra sala giochi e giardinetti ci ho ritrovato le mie esperienze.

Il protagonista è l’alter ego dell’autore, che come nei suoi lavori precedenti mescola autobiografia e invenzioni narrative, i comprimari sono i suoi amici dell’epoca: l’immancabile Secco è fuori dalla scena, ma il resto del cast non ne fa sentire troppo la mancanza, soprattutto il magnetico e misterioso Arloc (sic),
writer sedicenne dalla vita travagliata ma affamato di cultura. L’amicizia tra Zero e Arloc che nasce nelle carrozze della metro B si cementa nelle giornate dell’autunno romano, ma qualcosa di nero e indicibile sembra agitare l’anima del giovane nuovo arrivato. Da qui prende le mosse un noir di periferia, debitore di Tarantino come dei poliziotteschi, di Street Fighters II e di Metal Slug, con le insospettabili comparsate di Saramago e Truffaut.

Una storia che parla di indifferenza urbana e della feroce società dei teenager, trattata però senza lo sguardo paternalista e sufficiente con cui di solito i media la dipingono: l’autore si
ricorda di quando era ragazzino e non ha bisogno di retorica da telegiornale per parlarne. Il tono del volume oscilla tra le descrizioni più truci, lo humor più nero, l’ironia graffiante e la vena poetica di ZC, sempre generoso di riferimenti alla cultura pop, forse la sua cifra più riconoscibile.

Le quasi trecento tavole scorrono una dopo l’altra nella piacevole veste editoriale (BAO rinnova il sodalizio con Rech) e il finale arriva potente e preciso come un diretto allo stomaco, in equilibrio tra il presente e flashback onirici ma terribilmente reali di vent’anni prima: ognuno nell’armadio ha i suoi scheletri, solo affrontarli è il passo per crescere davvero.