Rassegna(ta) stampa dal Mondo/2

Ho commesso un errore di valutazione, di valutazione del mio inglese: ho tradotto con google traduttore un articolo su “The Atlantic” di Thomas Wright, membro anziano del centro di ricerca statunitense Brookings Institution. Il risultato è stato che “un mondo nervoso sarà perennemente cambiato”. Immagino che voglia dire che dovremmo aspettarci un mondo in qualche modo più nervoso. Wright ricostruisce gli ultimi quattro shock della storia dalla fine della guerra fredda. Il quarto è proprio la pandemia da Covid-19.

Wright comincia ad analizzare la situazione subito dopo il crollo del Muro. In pochi videro l’egemonia e la prosperità americana che sarebbe seguita. Uno dei candidati democratici Paul Tsongas, aveva cognato lo slogan “La guerra fredda è finita e il Giappone ha vinto”. Addirittura il Partito della Riforma, una terza scelta fra democratici e repubblicani, era improntato al pessimismo sulla prospettiva degli Stati Uniti.

Dopo gli attacchi terroristici del 2001, ben pochi intuirono la portata della “lotta al terrorismo”. Dopo quasi vent’anni, gli USA sono ancora presenti in Medio Oriente.

La stessa sottovalutazione caratterizzò la crisi economica 2007-2008. I politici americani pensarono che il fallimento di Lehman Brothers non avrebbe scatenato il fallimento a catena di altre società. Non venne prevista la vulnerabilità della zona euro né l’ondata populista che sarebbe seguita a grande distanza.

Sulla base di queste considerazioni, Thomas Wright invita a non sottovalutare lo shock attuale. Gli effetti sulla globalizzazione potrebbero essere significativi. L’economia sarà più “domestica” e meno interconnessa. Il fatto che saremo “meno globali”, almeno nel breve-medio periodo, è condiviso anche da studiosi italiani come Alessandro Aresu, opinionista di Limes, che in un’intervista per il portale formiche.net dichiara: “Si accorcerà la catena di settori cruciali come l’alimentare, il biomedicale, il farmaceutico. Non a caso sentiamo sempre più spesso parlare di riserva, stock. La programmazione industriale costituisce oggi la linea rossa fra chi supererà integro la crisi e chi no.

Chiaramente non torneremo ad economie di scala locale, gli uomini sono troppi per un sistema del genere, ma dovremmo abituarci a un mondo meno interconnesso, dice il filosofo inglese John Gray, secondo cui gli stessi valori fondanti della società liberale sono a rischio. “ Solo riconoscendo le fragilità delle società liberali i loro valori essenziali potranno essere preservati” scrive sul The New statesmen. Probabilmente anche dopo l’emergenza i governi agiranno per frenare il mercato globale, dice il filosofo. Una situazione dove la maggior parte dei dispositivi medici viene prodotta in un unico paese, vale a dire la Cina, non potrà più essere tollerata. Ma anche la nostra vita quotidiana cambierà, con un maggiore uso della realtà virtuale.

L’errore più grave in questo momento sarebbe pensare di tornare alla normalità e di poterlo fare in poco tempo. Secondo Gael Giraud, economista e direttore di ricerche al CNRS di Parigi (Centre National de la Recherche scientifique), non basta lasciare inalterato il nostro modello economico limitandoci a migliorare il sistema sanitario quel tanto che basta a fronteggiare la prossima epidemia. La situazione attuale è la diretta conseguenza del nostro essere la specie dominante sul pianeta. Nonostante la maggioranza dei virus continui a non interessarsi a noi, stiamo diventando veicoli appetibili per la diffusione di microrganismi patogeni, soprattutto per colpa della distruzione della biodiversità.

In questo momento, la polemica Conte-Mentana mi sembra l’ultimo dei problemi, però mi ha divertito.