Plastic Free: la presa di coscienza più discussa degli ultimi anni

“Plastic free”. Tutti ne parlano. È un argomento presente sui social, nelle pubblicità che illustrano mari e oceani invasi dalla plastica. Molti ne vogliono fare uno stile di vita, qualcuno lo ha già fatto.

Eppure la plastica è (ancora) ovunque. È sulle nostre tavole, nei nostri uffici. È invitata alle nostre feste di compleanno, è con noi nei locali che frequentiamo, nel nostro ristorante preferito. Ha invaso il mondo in cui viviamo (basti pensare che l’Italia riversa in natura 0,5 milioni di tonnellate di rifiuti plastici). Ed è addirittura dentro di noi, letteralmente: uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Heriot-Watt di Edimburgo ha evidenziato che una persona ingoia, in media, 68.415 fibre di plastica potenzialmente pericolose, semplicemente sedendosi a tavola.

Ed è qui che subentrano politiche ed iniziative plastic free. Ma cosa vuol dire davvero? Letteralmente significa “liberi dalla plastica”. Praticamente è l’insieme di tutte le iniziative – singole e collettive – atte a ridurre ai minimi termini il consumo di questo “mostro silenzioso” che ci sta danneggiando. Singole e collettive nel senso che è assolutamente necessario un’azione integrata tra cittadini ed istituzioni: c’è bisogno di coscienza singola, perché la somma degli individui fa la collettività, ma anche di un intervento esterno, che regoli le modalità di applicazione di questo – ormai – stile di vita.

E siccome il miglior modo di educare è dare il buon esempio, proprio oggi il Ministero dell’Ambiente spegne la prima candelina della sua vita priva di plastica. Non a caso ci sono interi comuni in Italia che ne hanno vietato l’utilizzo, aderendo alla “Plastic free Challenge” lanciata proprio dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha chiesto a tutti i Comuni e le Regioni di rinunciare, tramite un’ordinanza, alla plastica monouso principalmente nei luoghi pubblici e negli uffici amministrativi: tra i tanti anche Minori (a partire dal 5 luglio 2019), Capri, Ischia, Pozzuoli, Castellamare di Stabia, Somma Vesuviana, Bellona. E non solo. Il fenomeno riguarda anche molte regioni, come la Toscana, il Friuli Venezia Giulia, la Valle D’Aosta. Ma non finisce qui. Da aprile 2019 grazie alla legge SalvAmare anche la raccolta della plastica in mare è diventata un’azione semplice e naturale: infatti, i pescatori possono finalmente recuperare la plastica che dal mare si impiglia nelle loro reti e portarla a terra per destinarla ai centri di smaltimento, invece di ributtarla in acqua come invece erano costretti a fare per legge prima dell’approvazione della legge. E ancora, ci sono stabilimenti balneari, hotel, palestre, università che si stanno avvicinando sempre di più al Plastic Free. Ultima – non per importanza, ma solo in ordine cronologico – l’Università degli Studi di Bari, che ha iniziato a distribuire gratuitamente borracce agli studenti di economia.

Questa presa di coscienza si sta diffondendo davvero tra la popolazione di tutta Italia. Sono tante e sempre in aumento le persone che hanno detto addio alla plastica nella loro quotidianità, i cosiddetti zero waster. E addirittura si sta diffondendo il fenomeno del plogging, un’evoluzione del jogging che consiste nel raccogliere mentre si corre i rifiuti per gettarli via. Ma le iniziative a livello individuale per salvaguardare l’ambiente e, di conseguenza, noi stessi, possono essere davvero tante e molto semplici. Innanzitutto molto importante per lo smaltimento dei rifiuti è la raccolta differenziata, che potrebbe costituire già un ottimo punto di partenza. E ancora, sarebbe opportuno sostituire le bottiglie di plastica con borracce e brocche di vetro e le pellicole di plastica per conservare il cibo con contenitori riutilizzabili, magari in vetro; evitare dentifrici e scrub che possono contenere microplastiche; usare buste riutilizzabili per fare la spesa; smettere di acquistare alimenti avvolti in imballaggi di plastica; bandire cannucce di plastica; privilegiare le fibre naturali rispetto a quelle artificiali. Insomma, poche e semplici regole quotidiane potrebbero già da sole bastare quantomeno a determinare un miglioramento della situazione.

Tutto bello e positivo fino a qui. Tranne per un dato che ha preoccupato centinaia (forse migliaia) di persone. Il settore della plastica, in Italia, vale quasi un miliardo di euro all’anno e dà lavoro a circa 3000 persone. Eliminarla completamente, quindi, potrebbe davvero determinare una perdita economica, di posti di lavoro?
Molte aziende si stanno “convertendo”, accogliendo il plastic free. Ultima tra tutte il gruppo Montenegro, che proprio in questi giorni ha annunciato di aver deciso di puntare sulle sostenibilità: il suo obiettivo è di diventare “plastic free 100% recycle”. E prima di lei ci avevano pensato anche colossi come la Rai, Enel, Sky, Nestlè, MSC Crociere (tanto per citarne alcune). Ci sono aziende, inoltre, che hanno fatto della compostabilità e della biodegradabilità il centro della loro politica, come la Eco Zema, che solo nell’ultimo anno ha visto un aumento del fatturato alquanto significativo, cioè del 40%.

In definitiva, è vero che il fenomeno plastic free incide negativamente sull’economia nazionale? E che la “colpa” è della Direttiva Ue che mette al bando la plastica monouso entro il 2021? Per poter rispondere bisogna considerare che con l’avvento delle campagne social, del passaparola già molte persone hanno deciso di eliminare la plastica dalle loro vite. Il che è reso ancora più facile dalla decisione del tutto autonoma presa fin da ora dalle aziende di diventare Plastic Free, che renderà la plastica non reperibile (almeno non come prima) nei negozi, nei supermercati, nei bar, negli alberghi ed in tutte le attività commerciali. Anche la plastica prodotta in questi due anni, quindi, verosimilmente potrebbe trovare molti meno acquirenti, determinando in ogni caso un calo delle vendite. La colpa quindi – che in realtà è più un merito – non è della Direttiva Ue. È della conoscenza, della consapevolezza che la plastica è dannosa per il pianeta e il suo consumo va ridotto. Su quanto questo possa nuocere all’economia italiana, è troppo presto per dare una risposta certa e definitiva. In ogni caso, è giusto contribuire a rovinare un pianeta per conservare posti di lavoro?