Piazze virtuali, sanità in subbuglio e Ivg: la festa della donna ai tempi del Coronavirus

Oggi, 8 marzo, si ricorda nel modo più singolare, la festa delle donne. A causa del Coronavirus che da giorni ha cambiato letteralmente la nostra concezione quotidiana di vita, tutto prende una piega diversa; tutto muta e inevitabilmente – ci piaccia o meno – progredisce velocemente, trasformando il nostro senso di adattabilità da un momento all’altro. Nel turbinio delle incertezze, i valori di protesta e di riflessioni non cessano per fortuna di avere una voce.

È il caso dei numerosi cortei annullati a livello nazionale, tra cui quello organizzato da “Non una di meno Milano” previsto tra la giornata di oggi e domani nella città lombarda, presa d’assalto dall’emergenza del coronavirus. Situazione simile per “Non una di meno Salerno” tra cui il flash mob-camminata nei pressi del Parco del Mercatello.

“In questo clima di emergenza non rinunciamo all’8 marzo: l’otto marzo nessuna sarà sola.”

Questo lo slogan in sostegno dello “S-corteo tranfemminista” di “Non una di meno” che si terrà in alternativa, durante questa giornata, in tutta l’Italia e in maniera virtuale, al fine di sollecitare un dibattito a distanza. Telegram, radio pirate, foto e video per tenere acceso il dibattito e difendere il proprio corpo sempre e comunque, qualunque esso sia il luogo da cui parte il messaggio.

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Altrettanto significativa sarà anche l’iniziativa bandita da Radio3 che si trasforma in una piazza virtuale con la lettura-dibattito di “Testamenti”, di Margaret Atwood, da “Il racconto dell’ancella”.

Attivista dell’universo femminile dal “Riff Raff” di Salerno alla città di Milano, è Emilia Andreau, che si è posta molte domande riguardo la possibilità per le donne di abortire durante – e non solo – il coronavirus. Nello specifico Emilia si è chiesta quale fosse il modo per fronteggiare i servizi di interruzione volontaria di gravidanza durante la cosiddetta emergenza.

“Ho deciso di telefonare ai reparti di ostrericia e ginecologia del lodignano (zona rossa del contagio) per capire se interventi e aborto farmacologico sono attivi. Più specificamente ho telefonato all’ospedale di Lodi, di Codogno, di Casalpusterlengo, di Sant’Angelo lodigiano. Intanto scopro che in molti casi non è mai esistito un servizio di ostetricia o è stato soppresso; il personale del reparto che risponde al telefono non sa cosa avviene rispetto ai servizi di Ivg e mi vengono forniti i numeri delle caposala per avere info più precise. Inoltre, solo l’ospedale di Lodi, tra quelli a cui ho telefonato, ha un servizio di ivg ma sempre qui, cuore nevralgico del coronavirus, sono state sospese le interruzioni di gravidanza farmacologica. Rimane attivo, per gli appuntamenti già in essere, l’intervento chirurgico. Ma attenzione, gli aborti farmacologici già in essere non saranno più fatti e saranno tramutati in chirurgici“.

Dunque, un quadro agghiacciante per l’igv, già in tempi non sospetti e che va ad aggravarsi sempre di più durante l’emergenza nazionale; un virus talmente forte da isolare ogni processo di civiltà, ogni piccola conquista, sia in campo sociale che medico, sia per quanto concerne l’universo femminile che la ricerca in generale.

Un continuo lassismo nei confronti delle battaglie che riguardano le donne. Come se la causa -legata tra l’altro e in particolar modo alla sanità pubblica – dovesse essere posta sempre in secondo piano, al di là del momento di forte angoscia collettiva.

Due domande però sorgono spontanee: perché ci troviamo in questa situazione sanitaria di indecenza? Cosa ci dicono i dati ufficiali riguardo le pecche della sanità italiana?

Il rapporto GIMBE 2019 sullo stato della salute in Italia, è stato presentato nel giugno 2019 e già allora aveva preannunciato un monito allarmante nei riguardi del sistema sanitario, vittima – già prima del coronavirus – di numerosi tagli. Infatti, dal 2010 al 2019 sono stati sottratti al Sistema Sanitario Nazionale circa 37 miliardi di euro, avvicinandoci ai paesi dell’Europa orientale. Altro aspetto necessario e da non sottovalutare è quello che viene chiamato “secondo pilastro” che sta ad indicare tutti quei fondi sanitari che coprono più di 10 milioni di persone; fondi gestiti all’85% da assicurazioni private e che dunque favoriscono il processo tipicamente italiano di privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite.

Il primo elemento di crisi della sanità italiana è iniziato nel 2008 ed esploso con le misure di austerità volute dal Governo Monti nel 2012. A peggiorare il tutto è il tema dei LEA (prestazioni sanitarie che i cittadini hanno diritto di ricevere dal Sistema Sanitario Nazionale) che a fronte del costante definanziamento del comparto sanità, ha prodotto l’allungamento delle liste d’attesa, la fuga verso il privato e la rinuncia alle cure.

Sarebbe fondamentale in primis, rilanciare il finanziamento pubblico per la sanità e soprattutto sensibilizzare le istituzioni che spesso sono le prima autorità a compiere atti di violenza consapevole nei confronti di donne in difficoltà.

Basti pensare alle pressioni comunali per la chiusura della “Casa delle donne Lucha y Siesta”, un centro anti violenza romano che che da anni, grazie al lavoro di molti volontari, sostiene numerose donne che hanno subito violenza o ne sono a rischio.

“L’energia che ci muove e in quanto tale non può essere fermata ma può vivere ovunque. Sindaca Raggi hai perso nel momento stesso in cui hai iniziato ad attaccarci. La Lucha non si spegne”.

Queste le parole affermate pochi giorni fa, in un comunicato dalla “Casa delle donne” , contro la Sindaca di Roma Virginia Raggi che preme per la chiusura della struttura.

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