Pancalli, Zanardi e gli altri: la vibrante normalità della cultura paralimpica

Per oggi mi allontano dalla politica, ma solo apparentemente. Il Festival della Cultura Paralimpica (rigorosamente senza o) si inserisce perfettamente nell’evento che avvolgerà Padova il prossimo anno: la città diventerà capitale europea del volontariato. Non è solo una vittoria del Veneto, ma di tutta l’Italia, a mio parere. Parlando di Cultura Paralimpica, è bello vedere come Cultura diventi sinonimo di sport. Volevo disturbare Luca Pancalli per voi, ma il personaggio è molto sfuggente, e poi non avrei saputo cosa chiedergli che gli abbiano già chiesto. L’ho incontrato mentre facevamo la fila davanti all’ascensore di Palazzo Bo, per arrivare in Aula Magna. Tutti si sono scansati per fare spazio al Presidente. Arriviamo quasi contemporaneamente in aula, cerco di sistemarmi, mi fanno cambiare posto un paio di volte, per non occupare i posti riservati. Pancalli parla di come sia cambiata la percezione dell’atleta disabile: all’inizio della carriera di Luca, tutti gli davano pacche sulle spalle, consideravano i disabili atleti di serie b, che “poverini, si divertivano, nonostante tutto”.
Solo più tardi, è arrivata l’attenzione dei media per le prestazioni agonistiche, anche se i luoghi comuni sono ancora tanti. È come se ci fosse ancora un’aura di santità attorno all’atleta con disabilità. Siamo umani, non santi. Sì, mi ci metto dentro anch’io, perché gioco a bocce ogni morte di Papa. Non è possibile e non è neanche sano costringere i disabili, tutti i disabili, a fare sport. Così come non si possono costringere tutti i normo (sì, li chiamo sempre così) a correre lungo il fiume la mattina alle sei. Certo è un buon modo di conoscere nuovi amici e di migliorare il rapporto col proprio corpo. A bocce mi hanno classificato, solo per darmi avversari con i miei stessi problemi. Sapevate che sono un bc1? Io non lo sapevo, credevo di essere disabile e basta. Ultimamente sono spesso a Palazzo Bo, perché sto aiutando a realizzare l’archivio con tutti gli studenti laureati a Padova nel secolo scorso. Questo per dire che mi sembra strano che il professore, che ci ha dato il lavoro proprio al Bo, non sapesse nulla del Festival. Ci dev’essere stato un problema di comunicazione. Qualcuno lo dica al Magnifico Rettore.

La cosa più potente di questi tre giorni, dal 5 al 7 novembre, è la mostra di Oliviero Toscani, “Naked- la disabilità senza aggettivi”. Ne ha parlato anche il Tg1, sono foto, gigantografie di atleti, sulla sedia a rotelle o senza braccia. L’uomo vitruviano è decisamente un concetto superato. Sono rimasta molti minuti a guardare le foto, perché erano belle. Dovrebbero vederle i bambini, quelli che mi fermano per strada per farmi domande, e i loro genitori. I giorni seguenti sono stati un turbinio di presentazioni letterarie e aperitivi, che sono il motivo principale per cui vado alle presentazioni. Come il libro di Alessandra Sarchi “La notte ha la mia voce”, che racconta l’incontro di una donna paralitica con una misteriosa “donna-gatto”. Alessandra ha una storia che vi invito a scoprire da soli, se siete curiosi, comunque è molto forte. Ha avuto un incidente, che però non l’ha fermata. È il bello di questi festival, incontrare persone che non saranno mai famose abbastanza, ma che se lo meriterebbero. Non credo siano eroi, né che siano investiti di chissà quale missione divina, penso solo che abbiano reagito bene a degli eventi. Non so nemmeno se si possano definire maestri, in realtà non penso che si possa insegnare a qualcun altro come vivere. Nessuno ha dimenticato, nei discorsi, Manuel Bortuzzo, il nuotatore che la notte fra il 2 e il 3 febbraio è rimasto paralizzato. L’hanno scambiato per un’altra persona e gli hanno sparato. Ad un certo punto, qualcuno del pubblico ha chiesto a Luca Pancalli e Roberto Valori se avevano parole per Manuel, ma la verità è che ci vuole tempo, molto tempo. Le parole non bastano. L’ha detto pure Alex Zanardi e si sa che una cosa detta da Zanardi vale molto di più. C’era anche lui, ha fatto il pienone in aula Nievo, non ho resistito nemmeno io; è il classico tipo in gamba. Naturalmente anche lui aveva un nuovo libro, neanche da dire. Si intitola “Quel ficcanaso di Alex Zanardi”, con un lungo sottotitolo. Ha 53 anni e nessuna intenzione di ritirarsi, del resto noi non siamo ancora pronti a rimanere senza di lui.
Ora la mostra di Toscani è stata sbaraccata, ma ha lasciato il segno. Spero che questo sia il degno inizio di Padova Capitale del Volontariato, che non sia solo un evento-vetrina fine a se stesso.