Omicidio Vassallo, le ombre e i depistaggi. Il fratello in Commissione Antimafia: “La verità è un dovere”

Dopo il recente servizio condotto da ‘’Le Iene” sull’omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, rimasto ancora impunito e irrisolto dopo nove anni, i carabinieri tornano a richiedere le immagini di videosorveglianza di quella notte ed anche la commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Nicola Morra, indaga sulla vicenda, affinché anche l’Arma faccia chiarezza sul delitto Vassallo, visto che alcuni suoi esponenti risultano coinvolti nelle indagini. Nel corso della recente audizione del fratello del sindaco di Pollica, è stata annunciata la richiesta alla procura distrettuale antimafia di Salerno degli atti relativi all’assassinio. Il senatore Franco Mirabelli ha chiesto di ascoltare “chi sta oggi indagando ed eventualmente chi ha investigato in passato al fine di capire com’è lo stato dell’arte”. La ricostruzione giornalistica condotta recentemente da Giulio Golia, inviato de Le Iene, ha dunque riacceso i riflettori sulla vicenda, per la quale Dario Vassallo, fratello della vittima, continua a chiedere risposte tramite continue deposizioni e denunce.

Angelo Vassallo è stato ucciso il 5 settembre 2010, con 9 colpi di pistola sulla strada di casa a Pollica, piccolo comune cilentano. Dopo nove anni di indagini ancora non si sa chi lo abbia ammazzato e per quale motivo.

Stando alle analisi della scientifica l’arma dell’omicidio non è mai stata ritrovata, una semiautomatica baby Tanfoglio 9×21, usata da almeno 40-50 centimetri di distanza. La macchina di Vassallo era ferma contromano a bordo della strada e dalla dinamica sembra che il sindaco si fosse fermato volontariamente. Non è una macchina che è stata costretta a fermarsi bruscamente’’, dice l’ex pm antimafia e avvocato di parte civile della famiglia Vassallo, Antonio Ingroia. Il sindaco accostò volontariamente, perché conosceva l’assassino o un’altra macchina lo spinse verso il muro? A questi interrogativi i pm di Salerno stanno ancora cercando di dare risposta.
L’assassino verosimilmente si sarebbe trovato in piedi o su di un motorino, in posizione dunque sopraelevata rispetto alla vittima, sparando dal lato in cui si trovava il sindaco. Ucciso con accanimento, tutti e nove i colpi sono andati a segno, sparati certamente non da uno sprovveduto: colpiti collo, torace, polmone, cuore, testa, tutti punti vitali. Il primo colpo già fatale, gli altri vengono sparati quasi con rabbia. ‘’Hanno sparato allo Stato’’, dice l’ex segretario comunale. Non si è ancora arrivati alla verità su quanto accaduto, forse anche perché la scena del delitto sarebbe stata compromessa ed inquinata per la presenza di numerose persone che attorniavano l’auto con all’interno il corpo del sindaco pescatore. Il fratello Dario spiega che il mattino dopo “c’erano 17 persone vicino alla macchina. La strada non era transennata, c’era un via vai di gente”’. Ai vari punti oscuri si somma lo strano fatto, venuto fuori solo otto anni dopo, di una visita da parte di carabinieri in borghese a casa Vassallo all’insaputa dei pm. “Non risulta che fossero operanti e incaricati delle indagini. Non c’è un decreto di perquisizione o un verbale, c’è solo una relazione di servizio, cioè un atto interno. Come minimo è strano, se vogliamo dirla tutta è grave’’ spiega Ingroia. Non si sa se cosa sia successo davvero in quella visita. Erano davvero carabinieri? O elementi di un delitto politico-mafioso? Ad ogni modo, si sa per certo che Angelo Vassallo si era creato molti nemici con la sua azione politica. Spesso si confrontava con il procuratore Alfredo Greco di Vallo della Lucania. E proprio la mattina dell’omicidio il sindaco chiama il pm, chiedendogli di incontrarsi urgentemente. Il procuratore gli dà appuntamento per il giorno successivo, ma Vassallo viene assassinato la notte stessa. Di cosa doveva parlargli con tanta urgenza? Cosa aveva scoperto Angelo? Droga, abusi e speculazioni, camorra, ‘ndrangheta: ogni pista è setacciata. Per la modalità dell’omicidio si pensa subito alla camorra, ma sono in pochi a crederci: interessi economici in mano alla criminalità non sono così alti e facili da far pensare a ciò. Però questa zona per molti anni è stata frequentata personaggi equivoci quali Francesco Muto di Cetraro, detto il re del pesce, considerato boss di ‘ndrangheta, per quattro anni in soggiorno obbligato ad Acciaroli, con il quale il fratello di Angelo, Claudio, aveva instaurato un’amicizia iniziata e finita dopo il suo soggiorno obbligato. “Sono andato a parlargli dopo l’omicidio di Angelo e mi ha assicurato che Secondigliano e Scampia non c’entrano nulla’’. Dario, altro fratello di Angelo, dice di avere le idee chiarissime, “penso che Angelo più che ostacolato dalla camorra, sia stato ostacolato dalle istituzioni’’. Presto le indagini si concentrano sullo spaccio di droga (pista ritenuta più veritiera dallo stesso Dario, fratello del sindaco) che Angelo Vassallo contrastava anche intervenendo in prima persona. Una frase di Angelo potrebbe essere la chiave di tutto, ed è racchiusa nella testimonianza dell’ex segretario comunale: La mattina presto lo incontravo sempre sulla stessa panchina del molo: mi diceva che da lì poteva controllare chi entrava e chi usciva dal porto. Perché, diceva, ‘la droga non arriva dalla strada controllata ma dal mare’. Il primo ad essere indagato è stato infatti Bruno Humberto Damiani, detto “il Brasiliano” per le sue origini e identificato poi come uno dei principali spacciatori di droga nel comune di Pollica.

Ma quello della droga era un problema che andava oltre il ruolo del sindaco ed Angelo aveva chiesto aiuto anche ai carabinieri, riscontrando disinteresse. Non c’era controllo del territorio, e questo il sindaco proprio non poteva accettarlo. Dopo le 11 non circolavano più pattuglie, presenti invece anche di notte in seguito alla sostituzione del maresciallo. Ma Angelo era già morto; era arrivato a scontrarsi con la stazione dei carabinieri del posto, chiedendo l’intervento del comando generale e il trasferimento del maresciallo. Tutte voci rimaste inascoltate.  Damiani era stato ripreso dalle telecamere ad Acciaroli la sera dell’omicidio, ma vola in Sud America due giorni dopo la vicenda. Il giorno dopo l’omicidio inoltre un testimone lo avrebbe sentito parlare al telefono mentre diceva ‘’ma che pistola di merda mi hai dato’’, telefonata che ci fu ma senza conferma della frase. Dunque, di fatto, nessun riscontro oggettivo. Oggi è in carcere per reati di droga, ma la sua posizione sull’omicidio è stata archiviata per ben due volte. Molti rimangono scettici sulla sua colpevolezza essendo interessato da un livello di spaccio che non avrebbe giustificato l’atto. Dirottati su di lui, gli inquirenti hanno perso molto tempo. Per il fratello Massimo “coloro che dovevano occuparsi del controllo del territorio non vedevano e non sentivano. Le responsabilità della morte di Angelo sono anche dovute all’assenza di protezione. C’è stata una regia ben precisa che ha dirottato le indagini su questo brasiliano e che ha fatto perdere agli inquirenti almeno 3 anni’’.

Ma che cosa avrebbe dirottato le indagini? La segnalazione di servizio fatta da Fabio Cagnazzo, colonnello dei carabinieri e all’epoca comandante della stazione di Castello di Cisterna, vicino Napoli, con un curriculum di lotta alla camorra alle spalle e che conosceva bene Acciaroli anche perché d’ inverno era una delle località protette in cui venivano nascosti i pentiti di cui si occupava. Un via vai di camorristi dunque seppur pentiti, che aumenta le ombre sulla vicenda, soprattutto visto che quell’estate il comandante finì sotto i riflettori mediatici per l’accusa di un pentito, poi rivelatasi infondata, di collusione con clan degli scissionisti e nei giorni dell’omicidio del sindaco era in vacanza ad Acciaroli. Subito dopo l’’omicidio raccoglie molte deposizioni, si interessa al caso, prende immagini dalle telecamere (portate a Napoli e consegnate alla magistratura dopo qualche girono) e tutto senza aver ricevuto mandati ufficiali dalla magistratura. Dunque, senza alcuna autorizzazione. Infine, solo lo scorso anno è venuto fuori che sempre in quella caserma di Cisterno vi era il carabiniere Lazzaro Cioffi (la cui moglie è figlia di un altro boss della zona.), arrestato perché confidente del clan Fucito di Napoli ed oggi rimasto unico indagato, non si sa su quali basi. L’ultima anomalia riguarda un altro carabiniere che, pur vivendo a 20 metri del luogo del delitto, afferma di non aver sentito quei nove colpi sentiti invece a distanza di 500 metri. Le Iene decidono di fare una prova dal punto in cui è stato ammazzato Angelo viene lanciato un grido e poco dopo ecco che si affaccia il proprietario di quella casa davvero a due passi dal posto, avendo sentito l’urlo e dice “’qua si sente tutto, anche il passo col tacco”. Il primo ad andare a chiedere informazioni a questo carabiniere fu proprio Cagnazzo, (che tempo prima aveva avuto una brevissima relazione con Giusy, figlia di Angelo.) sempre di sua iniziativa e accompagnato da civili. I dubbi sul colonnello vengono anche da strane voci che si diffondono in paese quando un amico di angelo, Luca Cillo dice al figlio del sindaco che il colonnello spacciava droga, accusa grave dichiarata anche agli inquirenti.  Dopo aver ricevuto uno schiaffo da Cagnazzo, poi denunciato, Cillo ritira l’accusa e ritratta ciò che aveva detto in precedenza. Infine, un mese dopo la morte del sindaco, Cagnazzo viene trasferito ed in seguito indagato ed archiviato, anche perché avrebbe un alibi di ferro, ossia quella sera era a cena con una decina di persone nel ristorante del fratello del sindaco. ‘’Io ho sempre fatto onestamente il mio lavoro, sono un coglione, mi dovevo fare i cazzi miei, ma io solo ho fatto la relazione di servizio, con tanta magistratura qualificata che era lì in villeggiatura, nella quale si racconta la piazza di spaccio ad Acciaroli’’, afferma il colonnello, respingendo ogni accusa verso Angelo, contro cui non aveva nulla. Cagnazzo dice di essere stato attivato da Alfredo Greco nel fare indagini ed interviste, il procuratore che per primo accorse sul posto e per il quale nutre un forte affetto. Dice inoltre di aver sottratto le telecamere per istinto, per evitare venissero cancellate dallo spacciatore Damiani, che riteneva e ritiene essere il vero colpevole. Stando alle dichiarazioni di un pentito di Salerno, lo spacciatore era stato sorpreso in auto insieme alla fidanzata mentre stavano assumendo cocaina; era poi  intervenuto il padre della ragazza minacciando di farlo arrestare l’domani e lui per paura aveva ucciso questa persona, che era il sindaco di Acciaroli. Secondo il pentito dunque Giusy, la figlia del sindaco, avrebbe avuto una storia con Damiani. Ma lei nega. Le indagini dunque continuano tra le troppe ombre e le poche certezze.

Certo è che l’omicidio è stato compiuto da mano esperta. Manca un movente specifico, manca un colpevole, un mandante, ma la vicenda si colloca senza alcun dubbio in una logica mafiosa di eliminazione di un ostacolo sulla strada delle infiltrazioni criminali in una zona della Campania relativamente fuori ma non lontana dai grandi traffici illegali di droga ed altre attività, contro le quali Angelo conduceva una strenue lotta, quali l’abusivismo e l’acquisizione di aree da parte di società di dubbia provenienza. Ricordiamo le numerose lettere inviate da Vassallo all’allora assessore ai lavori pubblici della provincia di Salerno, Franco Alfieri (la cui ascesa politica è stata fortemente contrastata dalla famiglia Vassallo) in merito alle cosiddette ‘ strade fantasma’, oltre una dozzina, tra cui la strada Celso di Pollica-Casalvelino, strada pagata ma mai realizzata e le diverse denunce per le quali è partita un’inchiesta poi archiviata, ma che Angelo continuava a denunciare fino a pochi giorni prima di essere ammazzato. Isolato dal suo stesso partito, Angelo era contrario alla politica stagnante e feudale del Cilento e per queste ragioni sempre meno sopportato dal punto di vista politico, anche se per la sua crescente popolarità godeva di autorevolezza e consenso. Inoltre portava avanti una campagna di difesa dellambiente e di valorizzazione delle risorse locali in nome di un’alternativa idea di sviluppo, contraria a sostenere gli affari del mattone e del cemento selvaggi. “Per me, la procura di Vallo della Lucania – ribadisce Dario, fratello di Angelo – ha fatto tutto sbagliato. Abbiamo scoperto, dopo quasi nove anni, una serie di elementi che nessuno ci aveva mai raccontato, altri dubbi si incrociano con quelli precedenti e di colpo svanisce la fiducia nei confronti della Procura di Salerno e di altri uomini delle istituzioni. Percorreremo altre strade, legali e istituzionali, perché nulla può essere lasciato al caso. Cercare la verità è nostro dovere, lo dobbiamo ai tanti che sono morti per questo Paese, ma lo dobbiamo anche per dare dignità ad un popolo di onesti che non si è mai arreso”.