“Li abbiamo visti mangiare topi vivi”: parabola di un harakiri economico

“Sa perché dopo una settimana 116 positivi dei quali 63 non hanno sintomi, stanno bene e ne abbiamo solo 28 in ospedale. Sa perché? L’igiene che ha il nostro popolo, i veneti, i cittadini italiani. La formazione culturale che abbiamo è quella di farsi la doccia, di lavarsi spesso le mani, di un regime di pulizia personale che è particolare. Anche l’alimentazione, la pulizia, le norme igieniche, il frigorifero, le scadenze degli alimenti – lei dice che ma cosa c’entra – c’entra perché è un fatto culturale. Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia che ha avuto, perché comunque li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi o altre robe del genere.”

Avete registrato queste parole? Bene. Ora fate uno sforzo, immaginate di essere all’interno di un bar di provincia, è mattina. In fila fra gli avventori aspettate il vostro turno, intanto iniziate a corteggiare quella brioche che ammicca dalla vetrina. Magari siete in attesa dell’espresso che vi dia la carica giusta per affrontare la giornata. Ora siete al tavolo, osservando la vita che scorre intorno, nel feudo dei cappuccini, delle aranciate amare, dei “bianchini” trangugiati per destarsi dal torpore e combattere la gelida apnea delle strade. Immaginatevi lì, ecco. Siete soli, forse anche nervosi – alle volte è fisiologico – e, nel brusio delle parole dette e non dette, mentre sfogliate la “rosea” ascoltate questo accorato discorso, cosa pensate? Che siano state indubbiamente proferite da una persona con – a voler usare un eufemismo – scarsa scolarizzazione ed alcuna conoscenza della materia trattata. Bene, riavvolgete il nastro. Questi conati privi di fondamento logico, ebbri di pregiudizi e di un’arretratezza che spaventa, sono stati rovesciati a mezzo tubo catodico dal Governatore della Regione Veneto, Luca Zaia.

Eccola, dunque, la conferma delle conferme. Il morbo reale – il più temuto – non è di certo il Coronavirus ma, senza dubbi di sorta, quello leghista. Intanto, però, registriamo un esilarante appello della Regione Lombardia (a trazione verdognola) rivolto ai componenti delle Ong – esatto, i tanto vituperati taxi del mare – per rimpolpare le corsie di chi combatte contro il Covid-19. L’ignoranza è un virus che prolifera laddove le chiusure mentali regnano. Eppure il web – che tutto archivia e nulla dimentica – nel giro di poche ore dall’accaduto ha fatto girare un post dello stesso governatore che omaggiava la sofferta adattabilità dei bellunesi – veneti anch’essi per editto geografico – impegnati nell’essiccazione delle pantegane ne “l’an de la fam“, l’anno più buio del primo conflitto mondiale.

Eccole dunque dipanate: le strade del mondo e della Storia. Le difficoltà nel reperire cibo si trasformano in sterzate delle abitudini alimentari. Così, dunque, un conflitto tappa occhi, narici ed anche la carne di un topo – o di un gatto, per attenersi ad un’altra tradizione gastronomica del Veneto – conferisce quell’apporto proteico che delimita il confine fra la vita e la morte. Si delimita quindi l’incoerenza di un retroterra – quello leghista – che, dimentico del passato, si erge ad insegnante altezzoso di norme igieniche e culinarie. Non sono nuovi i rampolli di Pontida alle esternazioni massive atte a distruggere e creare distanze incolmabili. La storiografia non trova scaffali liberi in determinate biblioteche, motivo per cui la memoria non insegna, anzi, ha la funzione del peggiore dei deterrenti. Basta sbobinare (ci vuole tanta pazienza e, a seconda dei casi, una dose di tranquillanti che renderebbe mansueta una mandria di bufali) lo stradario completo delle chiacchiere proferite dal rispettabilissimo capitan Salvini, un insieme di strafalcioni e bassezze culturali da far rabbrividire gli uomini delle caverne. Il monatto del buonsenso veste i panni della bestia e dell’untore, dello sciacallo e del sacrestano, il truce. La pochezza ululata, disarmante – il carroccio passava e quell’uomo gridava “bacioni” – di un leader grottesco, a metà fra il menestrello e il Savonarola.

Le dichiarazioni di Zaia – altro non sono che la cartina al tornasole di una pessima condotta anche a livello nazionale – hanno la valenza di un autogol di dimensioni catastrofiche e, ovviamente, non sono passate inosservate dalla comunità cinese che poggia le radici in Veneto, né tantomeno dagli stessi veneti che – per un motivo o per un altro – curano i propri affari in Cina da qualche anno a questa parte. Nonostante la frettolosa rettifica la frittata è bella che fatta, il flusso di esportazioni verso il colosso asiatico ha subito una brusca frenata, basti pensare a quelle frange di mercato che – ben rappresentate dalla ricca produzione enologica della regione – dalle cantine venete costeggiavano la via della seta per finire sulle tavole cinesi. Il tracollo dell’export vinicolo italiano verso Oriente ora designa i francesi come partner fidati, ciò è attribuibile in larga scala all’incapacità diplomatica di Zaia e al reiterato atteggiamento leghista, frutto di una propaganda tesa ad erigere barriere culturali strizzando l’occhio – come sempre – alla repulsione nei confronti del diverso (che sia poi portatore di altri tratti somatici, ideologia o accento poco conta).

Una deriva programmata altamente prevedibile che, mese dopo mese, innalza banderuole isolazioniste, professa l’italica (un tempo padana) vocazione di ritenersi indipendenti, pronti a reggere le sorti del mondo in perfetta solitudine. Pertanto oggi è consuetudine trincerarsi dietro i “NO” (No Euro, No invasione, No immigrazione, No sbarchi, No scie chimiche, No al cous cous, No alla pizza e neanche al mandolino) ed i nuovi sovranismi impongono di detestare quelle dinamiche globali, quelle frattaglie finanziarie che, a quanto pare, non sembrano più essere fonte di sostentamento. Occorre ricordare però che, mentre nel luglio 2001 a Genova qualcuno lottava contro il capitalismo dilagante, ci si risvegliava fra cariche, polvere e manganelli, tutti (o quasi) furono pronti a vilipendere la figura di Carlo Giuliani e nascondere – depistando le indagini, vizietto propriamente destrorso – un omicidio di Stato e le conseguenti vicende di sangue della Diaz.