Gli italiani e le emergenze: cosa stiamo imparando su noi stessi?

Soltanto poco più di un mese fa, noi italiani, eravamo tutti presi dal sapere dove fosse finito Bugo. E l’emergenza sanitaria in Cina era qualcosa che leggevamo sui giornali, su Internet, ci faceva riflettere ma non cambiava – e non avremmo mai pensato che di lì a poco lo avesse fatto – le nostre abitudini quotidiane, la nostra normalità, il rito dell’aperitivo, la prassi del lavoro, il piacere della pizza il sabato sera.

La notizia del primo focolaio italiano, a Codogno, ci ha fatto guardare negli occhi per un istante, tra una parola e l’altra. Manco sapevamo dove si trovasse Codogno! Sì, lo si poteva immaginare che qualche caso di Coronavirus arrivasse anche in Italia, d’altronde “siamo pieni di cinesi” dicevamo. Il popolo cinese, infatti, in pochissimo tempo, è diventato il nuovo nemico pubblico – abbiamo dimenticato gli immigrati – perché “mangiano i pipistrelli”, “perché sono sporchi”, “perché non rimangono a casa loro?” E, prima degli altri, i cinesi avevano chiuso i loro negozi come segno di vicinanza alla comunità a cui appartengono. “Fino al 15 marzo” avevano scritto sulle saracinesche dei loro negozi e ristoranti. E invece, non è stato così.

“A casa loro”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa espressione, negli ultimi anni? Ma cosa succede quando, per la prima volta davvero, “tutto il mondo è paese” e le case di italiani, spagnoli, tedeschi, americani, inglesi e francesi s’intrecciano e creano un legame in tutto il mondo?

Il 9 marzo, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha emanato il primo decreto di Governo, quello con cui ci raccomandava di restare in casa e di uscire solo per lavoro, per la spesa e per le emergenze. Prima di quel 9 marzo pochissime persone rispettavano le misure di sicurezza previste nel nostro paese per evitare che il contagio si dilagasse ovunque.

Molti italiani hanno fatto spallucce. Perché? Non perché non abbiamo avuto paura, non perché non potevamo prevedere una situazione del genere. O almeno non soltanto e non tutti per questi motivi.

La percezione del rischio nelle masse è molto complessa perché dipende dall’ambiente in cui viviamo – ambiente inteso come cornice di riferimento – e dalle informazioni di rimbalzo che riceviamo dalle persone che abbiamo attorno. È una questione di fiducia e di reputazione. Sì, perché il nostro modo di pensare è sempre influenzato dal modo di pensare di qualcun altro. Nessun pensiero è slegato dall’influenza dei pensieri degli altri. Dipende, poi, da quali “altri” tendiamo a seguire nella nostra, personale, costruzione di pensiero.

L’acquisizione delle informazioni è un altro aspetto molto importante. Essa avviene in due modi diversi: da una sorgente centrale rappresentata da notizie e dati oggettivi e da una sorgente periferica, cioè il comportamento degli altri attorno a noi, alla quale ci affidiamo maggiormente se siamo poco competenti su un argomento o se ci interessa poco.

Se i nostri amici e conoscenti non sembrano preoccupati e continuano a fare la vita di sempre, lo faremo anche noi. Ovviamente, anche queste persone hanno paura ma il timore di essere giudicate negativamente dalla società in cui sono immerse, talvolta, può prevalere su di essa.

La tendenza a voler sminuire un evento che mette a rischio la nostra quotidianità è una tendenza comportamentale tipica dell’essere umano. Siamo persone abitudinarie – c’è da ammetterlo! – e gli input che maggiormente percepiamo sono quelli che, in un certo senso, ci fanno più comodo.

In linea di massima, questo è ciò che è accaduto, inizialmente, nella narrazione di questa emergenza sanitaria da Covid-19.

Le misure restrittive, poi, sono divenute sempre più restrittive. E il comportamento degli italiani si è dimostrato in completo accordo o in completo disaccordo con ciò che veniva chiesto loro. Secondo Renato Troffa, docente di Psicologia Sociale all’Università di Cagliari, Roma Sapienza e Roma Lumsa, condannare le persone che in questo periodo stanno avendo comportamenti poco consoni alle norme da rispettare è poco furbo. Rendere obbligatorie alcune norme è stato – sempre secondo Troffa – il modo giusto per farle rispettare perché ha sollevato “il singolo dal suo bisogno di attenersi ai giudizi della sua cornice”. 

Abbiamo cercato modi di passare il tempo, di guardarci negli occhi, di conoscere noi stessi. Abbiamo cercato contatti e abbracci a distanza, affacciandoci ai balconi e cantando a squarciagola per sentirci parte di qualcosa, abbiamo cercato di tenere sotto controllo le nostre ansie e le nostre paure – alcuni di noi non ci sono riusciti – abbiamo cercato di concentrarci sulla primavera che inesorabile non sembra arrestarsi e abbiamo capito che le persone che avevamo attorno e le piccole cose che ci riempivano la vita sono di un’importanza vitale. E ci siamo arrabbiati con chi ha continuato a scendere in strada, a trovare escamotage per uscire di casa, a girare per la città senza preoccuparsi troppo dell’emergenza.

Certo, fa arrabbiare. Soprattutto chi da quel 9 marzo ha rispettato per filo e per segno le regole imposte dal Governo senza cercare di “fare il furbo” come solo il popolo italiano, talvolta, sa fare. Eppure, è il normale corso delle cose. Va così da sempre e andrà così sempre.

Ora, l’emergenza sanitaria, sociale, economica ed emotiva che stiamo vivendo passerà. Presto o tardi, seguirà una curva comportamentale che caratterizza un po’ tutti gli eventi della vita – questa volta più spaventosa delle altre, però! – e ci lascerà tornare fuori casa a respirare, senza – forse- avere troppa paura. Ma questi momenti di solidarietà, di psicosi, di paura e di incredulità non passeranno mai.