Gli effetti del Coronavirus: a Salerno chiudono le attività gestite da cinesi

Giorni da dimenticare, non solo per i tanti italiani relegati tra le quattro mura domestiche, a causa degli effetti del coronavirus, ma anche per tutta la comunità cinese italiana che condivide con noi momenti di fragilità e di grandi paure. A tal proposito, più che di “paura”, il filosofo Galimberti ha parlato di “angoscia”: “C’è stato un comportamento irrazionale dettato dall’angoscia e non dalla paura perché la paura è razionale”.

Additati inizialmente come i responsabili della catastrofe attuale, molti cinesi in Italia, a causa dello smisurato e crescente numero delle vittime degli ultimi giorni, sono giunti ad una conclusione netta e molta significativa: chiudere le proprie attività commerciali momentaneamente.

Molti sono gli esercizi che anche a Salerno hanno deciso di chiudere i battenti da qualche giorno a questa parte, senza promuovere altri ed eventuali dibattiti, così in modo silente e molto rapido.

Nella maggior parte dei casi, l’unico messaggio che verbalizza la scelta, è stato un piccolo annuncio affisso dinnanzi al proprio negozio. Ad esempio, il ristorante cinese “La Nuova Muraglia”, a Torrione, ha lasciato scritto: “In merito alla situazione attuale, il nostro esercizio, per dare un contributo alla comunità e tutelare la salute di tutti, ha deciso di sospendere le attività dalla data odierna fino a data da destinarsi. Ringraziamo in anticipo della vostra comprensione”.

Annuncio simile anche per il negozio di casalinghi cinese, in Via Robertelli che nell’oggetto del messaggio non dichiara un motivo specifico per la chiusura, ma solo una probabile data di riapertura: “Si avvisa la gentile clientela che per la situazione attuale abbiamo deciso di sospendere l’attività dal giorno 28.02.2020 fino al giorno 08.03.2020 (valuteremo eventuali proroghe della chiusura)”.

Alle scelte conformi e all’unisono della comunità cinese in Campania si aggiungono anche le voci dello store asiatico “Mega Cina Store” che si trova nei pressi della zona industriale in via Roberto Wenner e il ristorante giapponese “Kikko”; capitolo a parte per l’attività commerciale che si trova sempre a Torrione in via XX settembre che ha deciso di resistere insieme ad altri negozi, come quello ad esempio che si trova in via Posidonia.

Perché questa decisione? Cosa si cela dietro al gesto rispettato e condiviso dalla maggior parte della comunità cinese in Italia?

Ad indicarci la via della scelta, è stato Wu Zhiqiang, presidente del sindacato cinese nazionale che alcuni giorni fa, ha affermato: “Un’ azione di buon senso. Così come accadde nei primi giorni di allarme, la comunità cinese napoletana decise di mettere in auto quarantena i connazionali di rientro dalle aree colpite, anche stavolta abbiamo deciso di agire in autonomia”.

Un gesto di estrema sensibilità e autoconservazione, quello messo in atto da Zhigiang e dalla comunità che rappresenta; un gesto che richiama un decollo economico già preannunciato da mesi, a partire dalla Cina e che per effetto domino porterà con sé, probabilmente, anche altre realtà, tra cui probabilmente anche quelle cinesi in Italia e non solo.

Se ci soffermiamo unicamente sugli introiti, in Campania nel 2019 si è speso più di 1 miliardo di euro per importare prodotti dalla Cina. Secondo i dati Istat rielaborati dal Centro studi e ricerca Srm, l’export dalla Campania alla Cina è completamente differente in quanto, in cifre numeriche, si aggira attorno ai 118 milioni di euro.

Dai dati elaborati dalla Camera di Commercio di Milano, nel 2019, Napoli è stata la quinta città italiana in cui vi è stato un maggior numero di imprenditori cinesi: 2587, la cifra esatta, seguita da Caserta con 237 attività, 200 a Salerno, 93 ad Avellino e 43 a Benevento. In Campania complessivamente vivono circa 14.000 cinesi, in leggero calo rispetto all’anno precedente nel solo napoletano. Nella maggior parte dei casi, si tratta di seconde generazioni, ossia di cittadini, per lo più nati in Italia o residenti nel nostro paese da oltre 20 anni, conformi del tutto alle nostre tradizioni, ma ugualmente legati alle loro splendide origini.

Roberto Saviano è stato uno dei primi autori italiani a raccontare tramite le pagine di “Gomorra” – a partire dal lontano 2006 – le trame della vita quotidiana cinese italiana, intervallata da piaghe lavorative, paghe misere e profitti altissimi per l’alta moda “Made in Italy”.

“Made in China” e in “Made in Italy” che da anni si combattono e si corteggiano, si distruggono e si completano in un ying e yang dai tratti pseudo apocalittici. Un finale che si basa sulla narrazione dell’esclusione, della xenofobia, del sentirsi non conforme all’altro perché rappresenta “l’appestato” o “l’untore” di turno.

“Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia che ha avuto perché comunque li abbiamo visti tutti mangiare topi vivi e altre robe del genere. È anche un fatto di corredo, perché il virus non deve trovare un ambiente che diventa un substrato. Il virus deve trovare pulizia, quasi un ospedale. Noi siamo un po’ maniaci per questo, infatti diciamo sempre che i bambini ormai non mangiano più qualsiasi roba che cade per terra”.

Queste le parole del governatore della Regione Veneto, Luca Zaia, in questi giorni di grande confusione mediatica. Parole fraintese e dettate dall’impeto dell’emergenza, questo è il messaggio revisionato da Zaia che si scusa nei riguardi della comunità cinese, rappresentata dall’Ambasciata cinese a Roma che ha replicato: “Si tratta di offese gratuite che ci lasciano basiti”.

E ancora, il consigliere di Pavia, Niccolo Fraschini ha tuonato: “Noi lombardi veniamo schifati da gente che periodicamente vive in mezzo all’immondizia (napoletani et similia), da gente che non ha il bidet (francesi) e da gente la cui capitale (Bucarest) ha le fogne popolate da bambini abbandonati. Da queste persone non accettiamo lezione di igiene: tranquilli, alla fine di tutto questo, i ruoli torneranno a invertirsi”.

Ironico pensare che in una situazione di nevrosi e pandemia collettiva, l’unica cosa alla quale si riesca a pensare – per ignoranza più che per natura umana – sia la superiorità dell’uno sull’altro, come individuo e come popolo, la stessa che induce l’uomo a credere che sia necessario dividere i ruoli della società, tra lupi ed agnelli.