Fenomenologia di Vincenzo De Luca: la (sua) narrazione della pandemia

L’aggettivo di “sceriffo” non gli è stato attribuito mica per caso. Per chi lo aveva dimenticato, Vincenzo De Luca, eterno sindaco di Salerno, attualmente Governatore della Campania, negli ultimi mesi, è tornato prepotentemente alla ribalta, riprendendo possesso di quel ruolo così impetuoso che, forse, avevamo un po’ dimenticato. E invece no, lo sceriffo è vivo e vegeto e, durante queste settimane di quarantena, è tornato ad affrontare i cittadini campani tra una manciata di battute sarcastiche e quella sua irresistibile prosopopea linguistica, costellata di termini obsoleti ed esagerati.

Sui social, il Governatore della Campania è un vero e proprio eroe. Dietro la sua comunicazione politica colorita e condita, talvolta, da termini e cadenze dialettali si nasconde un vero e proprio “sceriffo” pronto a bacchettare chiunque, a prescindere dall’appartenenza politica.

E sì, perché Vincenzo De Luca – il cui impegno politico è iniziato nell’Alleanza Contadina, ex Partito Comunista italiano – è un uomo di sinistra, anche se a guardar bene il Governatore campano sembra proprio non risparmiare nessuno, neanche quell’appartenenza politica cui fa capo dal 2007, quando ha fatto il suo ingresso nel Partito Democratico.

E allora, ecco che con Vincenzo De Luca, la narrazione della paura, del rischio e – perfino – della pandemia cambia, si trasforma e passa per forme di linguaggio e di mimica abbastanza sconosciute alla politica tradizionale. Il suo racconto politico-sociale, infatti, salta continuamente da una comunicazione iper-istituzionale ad una meravigliosa forma di “cabaret politico” che passa attraverso tempi comici eccellenti e spinte carismatiche notevoli.

Ed è così che lo si vede brandire “lanciafiamme contro le feste di laurea” e puntare il dito contro i “portaseccia”, pulirsi gli occhiali con le mascherine della Protezione Civile e snocciolare versi poetici: “Non la metto io per non pregiudicare in maniera definitiva quel poco di estetica che le ingiurie del tempo mi hanno lasciato, ma se ve la mettete le vostre orecchie usciranno da queste fessure e avrete la faccia di Bunny il coniglietto”.

Senza mezzi termini, senza indorare la pillola a nessuno. Ogni venerdì, tramite la sua pagina Facebook. Il quadro è sempre lo stesso: la sua riconoscibilissima espressione in primo piano, l’eleganza nel vestire, bandiere sullo sfondo, fogli sulla scrivania – che presumibilmente contengono quei suoi incredibili discorsi – e un bicchiere d’acqua alla sua destra.

Ancora una volta, un contesto iper-istituzionalizzato e una comunicazione che invece – a tratti – non lo è affatto e supera i confini del verosimile per surfare allegramente tra le onde e i flussi di una narrazione – sociale e social – che rimbalza tra profili e pagine Facebook nelle forme più disparate, dai meme ai video-parodia, dai fotomontaggi ai fumetti come quel Paladino nato dalla matita di Daniele De Crescenzo.

Dietro la spinta ironica e gli effetti collaterali di ogni suo intervento, però, c’è un impegno potente nel contrastare il Covid-19 che nasce, probabilmente, dalla consapevolezza che la Campania non può proprio permettersi di essere travolta dal virus. Un insostenibile disastro della sanità pubblica in Campania, in piena crisi, commissariata per anni, di cui ogni pagina sembra essere quella di un libro d’avventura: De Luca sa bene che la sua Campania non è nelle condizioni di abbassare la guardia, neanche per un istante. E allora, mentre il resto del mondo parla del “modello De Luca” – pure Naomi Campbell – lo sceriffo combatte in prima linea – o quasi – per accertarsi che non si esca di casa. Mette l’esercito in strada, minaccia chi vuole fare il furbetto, sanziona chi lo è e, ancora una volta, lo fa tramite espressioni colorite, richiami alla letteratura – “Chi vuol essere lieto sia, e poi se ne va in ospedale” – e rimproveri dissacranti ai più tradizionalisti – “I buontemponi che hanno venduto per strada le zeppole di San Giuseppe, condite con una bella crema al Coronavirus”.