Fase 2: riaperture scaglionate, mugugni collettivi

Il tremolio della fase 2 comincia a schiarire l’orizzonte, le parole del Premier mostrano cautela. Nuove aperture rendono calmierate alcune forme restrittive, intanto il popolo della rete si aspettava di più. Il risentimento non si è fatto attendere, dando vita al solito circo di commenti negativi. Spicca, fra tanti insulti, il fastidio d’essere stati trattati come alunni delle elementari: sensazione concretizzata dall’incredibile proliferare dei runners occasionali – in cerca di abbondanti boccate di libertà – appena il giogo delle restrizioni è stato allentato.

L’unica sfumatura che, a nostro avviso, sarebbe stato meglio delineare in altra maniera consta nell’uniformità delle disposizioni traslate a livello locale: privo di senso, considerato l’ampio dislivello dei numeri, mettere sullo stesso quadrante di campo Lombardia e Basilicata. Il piano delle riaperture avrebbe dovuto prevedere differenze d’approccio regione per regione. É pur vero che le contromisure non sono mai troppe nei confronti di un morbo che rinfocola laddove cala l’attenzione.

Il dilemma interpretativo è all’ordine del giorno, considerato compito pressoché impossibile accordare milioni di materie grigie. Nessuno, del resto, è sordo al disagio sociale delle ultime settimane, così come nessuno è in grado di estrarre dal cilindro una soluzione che stia bene a tutti. Sul piano europeo si attendono risposte, i passi in avanti ci sono stati, è innegabile. Però è consuetudine – tirando l’acqua al mulino della propria fazione – far passare il messaggio che si desidera veicolare, così fra la presunta inconsistenza del Recovery fund, il MES approvato tre volte a settimana da Salvini e gli #Italexit sparsi per i social network c’è un interno universo di contraddizioni. Stesso motivo per cui è pretenzioso sparare sulla croce rossa rappresentata in questo frangente dall’INPS. L’ente di previdenza sociale, dal canto suo, sta lavorando una mole di domande non indifferente: lapalissiano lo stallo, ovvie le attese, agli sgoccioli la pazienza.

Bisognerebbe ristabilire le nobili basi della dialettica, affrontare con civiltà e dovuto distacco ogni discorso, invece l’utente “X” si prepara alla missione: il busto del duce – spolverato una volta all’anno, specialmente in questa stagione – fa capolino dalla mensola lì in alto, il “Mein Kampf” adagiato sul comodino fa bella mostra di sé (mai sfogliato, nonostante sia il testo più banale concepito nella storia della letteratura), la stanza è umida e scura. Sulla scrivania un computer portatile abbastanza malandato, la tastiera ha i tasti consunti in chiave alternata, il pulsante “enter” – per la foga di condivisione – è incassato all’interno, il “delete” non è mai stato sfiorato (per non parlare delle virgole e del tandem linguistico “ch”). Trentuno battute, trentuno colpi di frusta schioccano nell’aria che sa di chiuso: “ADESSO BASTA SIAMO IN DITTATURA“. Il nonsense dei nostri giorni sta tutto qui: si impugna il termine dittatura senza conoscerne il significato, anzi, osannando totalitarismi di tempi andati.

La condotta dell’intervento di Conte è sicuramente colma di retorica e attendismo, non è stato un grande esempio di chiarezza ma è comprensibile data l’entità degli eventi, le soluzioni non erano dietro l’angolo, né tantomeno facili da sciorinare. Sta di fatto che, paradossalmente, la curva del contagio e la curva delle simpatie siano direttamente proporzionali, ora che il picco è scollinato (merito delle misure di contenimento imposte negli ultimi 50 giorni) la destra populista arma le sgrammaticate bocche da fuoco. Ecco, dunque, un moltiplicarsi di originalissimi meme (quelli provenienti da destra sono quasi sempre realizzati in maniera podalica) che illustrano il Presidente del Consiglio col naso da Pinocchio e il trucco da pagliaccio. Nel contempo nascono gruppi su Facebook pronti ad un’ideale chiamata alle armi, si invocano manifestazioni di piazza per il 4 maggio condite da grande coraggio interventista (salvo poi mugugnare, incapaci di far valere le proprie ragioni anche solo in sede di assemblea condominiale). La “P” di Popolo sembra aver sostituito l’inflazionatissima “V” per Vendetta. Il malcontento è un diritto sacrosanto (la fame non si placa con le rassicurazioni), cavalcarlo – senza proporre soluzioni utili – per rinforzare un futuro ed eventuale consenso elettorale invece no, è da opportunisti.

Accade che “al ballo mascherato della celebrità” partecipino tutti, ma proprio tutti: da Fontana a Gallera, dalla Meloni a Salvini, da Sallusti a Porro passando per Feltri, Giordano e Del Debbio, Renzi e finanche la CEI.

Governatore dei lumbard e assessore al Welfare bene farebbero ad acquistare un biglietto di sola andata per la Repubblica Dominicana, il disastro delle RSA è una pietra tombale sulla favola del buongoverno leghista. La macchina del fango targata Rete 4 è in moto da tempo, non è una novità. Il palinsesto di una bassezza disarmante ha sostituito il fortunato feudo di Walker Texas Ranger e della Signora in giallo. Oggigiorno la quarta rete è il salottino sovranista per antonomasia, fornisce talk show a getto continuo in cui i due leader da operetta (Salvini e la Meloni) si apprestano a tracannare applausi facili senza ombra di contraddittorio. Matteo Renzi – il santone di Rignano sull’Arno – non ha intenzione di deporre lo scettro da primo della classe, attacca la tenuta di un governo reo – a suo dire – di aver calpestato la carta costituzionale. Sarà l’età che avanza – o il corposo nettare di Toscana – che fa scivolare nell’oblio la personale Caporetto datata 4 dicembre 2016? Per quanto concerne una delle tante sfumature del suo agire siamo pronti a dargli ragione, effettivamente i congressi di Italia Viva sono l’esempio perfetto di distanziamento sociale: provare per credere.

Anche la CEI, checché ne voglia dire quell’eretico del Santo Padre, colpisce l’esecutivo e invoca la riapertura delle celebrazioni eucaristiche per i fedeli, è risaputo che il tessuto economico del Paese non può fare a meno delle funzioni liturgiche.

Del resto, quando al decadere della storia si presenteranno i cavalieri dell’Apocalisse per mietere anime, lo scambio di domande più ricorrente – lasciapassare di eterna redenzione – sarà: –

“Ma tu, nel 2020, durante la pandemia da Coronavirus sei andato a messa?” – “No.” – “Come sarebbe a dire no? Non sai quanto ci rincresce ma sei condannato a spalare letame per l’eternità presso la Lucifero s.r.l.”