Dalla Libia alla Basilicata, un sistema di abusi e privazione della libertà

Siamo a pochi km da Potenza, prendendo un pullman che si inerpica sulle colline che portano verso la Puglia si arriva a Palazzo San Gervasio, un piccolo paesino della provincia lucana che sta diventando noto alle cronache per un fatto certamente non lusinghiero: il 12 gennaio del 2018 è stato aperto un CPR, un Centro di Permanenza per i Rimpatri dei migranti. La struttura è circondata e controllata da un presidio militare, ma i detenuti possono salire sulla parte alta delle mura e comunicare all’esterno. Poche parole scambiate in un difficile dialogo tra italiano e inglese e si apprendono storie terribili: chi è scampato alla guerra in Siria e sta per essere riportato in un conflitto da cui è fuggito, chi è arrivato dalla Tunisia attraversando il mediterraneo nel pericoloso viaggio controllato dalle missioni militari europee di chiusura delle frontiere, chi è sfuggito al disastro libico, fuggendo dai lager nel deserto e ora si trova in un altro campo di concentramento molto simile. Punto e daccapo. Cerchiamo di capire allora la rotta di queste migrazioni e il contesto attraverso cui si muovono queste persone alla ricerca di una vita migliore. Nel silenzio generale dei media mainstream e della politica istituzionale, al Tribunale internazionale dell’Aja recentemente è giunto un dossier di 17 pagine scritto dal segretario delle Nazioni Unite Antonio Gutierres riguardante il sistema di traffico di esseri umani, torture e campi di concentramento che coinvolge da anni la Libia con il benestare dei governi dell’Unione Europea. Secondo l’Onu la guardia costiera libica, con la quale il governo italiano ha stipulato accordi già dal 2017 sotto il governo Gentiloni, vende i migranti a bande di trafficanti di esseri umani. Questi gruppi criminali, che spesso sono formati da milizie appartenenti alla stessa polizia libica, detengono i migranti nei lager da loro gestiti e qui torturano, stuprano e ricattano le famiglie delle persone detenute per avere un riscatto in denaro. Negli ultimi giorni ha destato infatti molto scalpore lo scoop del quotidiano Avvenire sulla presenza di un noto trafficante libico durante gli incontri tra la delegazione del governo Gentiloni e quella delle istituzioni libiche nel 2017. Eppure, tutto ciò accade sempre alla luce del sole ormai da anni. Lo stesso Minniti, già ministro dell’Interno di quell’esecutivo, ebbe a dichiarare in maniera esplicita riguardo il contenuto di quegli accordi tra Roma e Tripoli: “Quando abbiamo firmato la pace con le tribù libiche, mi hanno detto che bisognava firmare con il sangue. Non mi sono tirato indietro, ho risposto che ero calabrese e che di patti firmati con il sangue me ne intendevo. Hanno firmato, ovviamente”. Di sangue, dopo quella firma, ne è stato versato a fiumi e se le persone migranti sono riuscite a sfuggire al controllo poliziesco finanziato dall’Unione Europea, tentando la pericolosa traversata del mediterraneo, in migliaia hanno perso la vita: 3.139 nel 2017, 2.297 nel 2018 e più di 1000 fino ad oggi nel 2019. Quella parte residua che riesce ad approdare sulle coste siciliane riceve un trattamento sempre all’insegna della segregazione razziale: Hotspot (primi centri di selezione), CPR, nomi che rimandano ad altri tipi di galere, questa volta non più nel caldo inferno del deserto nord africano ma nel cuore della civile e democratica Europa. Recentemente, nonostante quanto emerso dai report delle Nazioni Unite, anche il nuovo governo “giallo-rosso” ha deciso di confermare e finanziare ulteriormente gli accordi con la guardia costiera libica, scrivendo anche un decreto ad hoc per velocizzare ed aumentare le deportazioni dall’Italia, confermando l’apertura di altri campi di concentramento in territorio italiano. Uno di quelli già aperti ed attivi è appunto il CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza. Sembra irreale ma è davvero così, non siamo nella Tripoli sotto le bombe di Haftar ma nella tranquilla e ridente Basilicata. Come riporta il sito internet “Hurriya” (hurriya.noblogs.org), uno dei pochi canali di informazione esistenti e aggiornati su quanto avviene ogni giorno in queste strutture di segregazione razziale. Nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza i tentativi delle persone recluse di guadagnarsi la libertà sono continui. Proteste, rivolte, tentativi di evasione e fughe riuscite sono all’ordine del giorno, tanto da rompere il muro di silenzio e isolamento che avvolge questi lager. Questa volta è costretto a parlarne il sindacato di polizia aderente alla CGIL, preoccupato delle condizioni in cui lavorano i suoi iscritti, preposti alla repressione nel campo di concentramento. In un comunicato pubblicato ultimamente così descrivono la situazione nel centro di detenzione: “Ricordiamo che l’intera struttura è all’aperto e quindi esposta a tutte le variazioni climatiche. Gli stessi ospiti, divisi tra loro da basse recinzioni che scavalcano agevolmente, passano le giornate sui tetti, cercando un minimo di segnale telefonico (n.d.r. gli ospiti hanno i propri telefoni cellulari) e quando sono stanchi di sopportare i disagi del centro, scavalcano e lo lasciano. Negli ultimi giorni oramai sembra che l’allontanamento arbitrario dal centro sia una pratica diffusa. Alcuni ospiti impegnano la forza presente con un lancio di oggetti, spesso i cornicioni della struttura, obbligandola a disporsi in assetto antisommossa mentre i loro complici lasciano il centro. Il più recente episodio sarebbe avvenuto la notte del 18 settembre, con un ennesimo tentativo di fuga collettiva represso dall’intervento della polizia in assetto antisommossa”. La situazione, come si vede, è drammatica e presenta una sinistra continuità tra quello che avviene ogni giorno in Libia e quanto accade quotidianamente in Italia, a pochi passi dalle nostre case. Anche negli altri CPR sparsi nella penisola le condizioni sono infatti le medesime, con ripetuti tentativi di fuga e rivolte sedate con la violenza. A questo dobbiamo anche aggiungere che le poche persone solidali con le lotte di chi è detenuto nei CPR vengono ripetutamente colpite dalla repressione di quello stesso Stato che stringe accordi con le tribù libiche e con i trafficanti di esseri umani.