Dal mare al “marasma”: i racconti del saprese Leonardo Guzzo in “Terre Emerse”

Tredici piccole storie di Bellezza, appigli di un tesoro sommerso, “pietre in fila per passare il guado del torrente impetuoso al contrario dell’avvilente rigagnolo dei nostri tempi”. Così  Leonardo Guzzo definisce il suo ultimo libro “Terre Emerse“, una sorta di continuazione di “Le radici del mare” , libro d’esordio letterario dello scrittore cilentano, ed omaggio alla forza fisica e metaforica del mare nonché al suo rapporto privilegiato con l’uomo e con la sua anima. Il mare ha fatto da sfondo alla vita dell’autore, tra Napoli (dove è nato) e Sapri, nel Cilento, che considera il suo rifugio di pace per dedicarsi alla scrittura. In “Terre emerse”, tuttavia, il mare è presente in un’accezione più inquieta e fa da sfondo alle tortuose vicende umane sempre in primo piano. Un passaggio dal mare al “marasma”, alla confusione, al disorientamento tipico di alcune fasi della vita di ognuno e di diverse epoche, come quella attuale. La presenza dei racconti permette di affrontare il tema da diverse prospettive lasciando al lettore la ricerca di suggestioni, il decifrare i segni. Storie di rivoluzionari, ribelli che restano fedeli ai propri desideri e alla propria coscienza regalando “donazioni di senso”, nuovi significati, sprazzi di emersione. Sono presenti elementi di Storia, il tema delle navigazioni, dell’emigrazione, del Fascismo, degli anni di Piombo, del Risorgimento, in cui il dato storico è, però, sempre secondario al dato umano. Spiccano inoltre alcuni riferimenti letterari e metaletterari, tra cui “Il vecchio e il mare” di Hemingway, fonte principale di iniziazione letteraria dell’autore. Tredici racconti dunque sempre in bilico tra realtà ed immaginazione, in alcuni dei quali emerge in maniera suggestionante il fascino del mare, il brivido dell’immenso, del profondo, del visibile misto all’invisibile, dell’indefinito, del richiamo. Rimane un senso di intimità e spaesamento. I diversi protagonisti si dipanano in mezzo al ”marasma” interiore ed esteriore cercando di non abbandonare il proprio desiderio e rispondere ai propri sentimenti presenti, diventando testimoni di Bellezza.
E così a volte l’acqua viola scuro, di un colore livido, si identifica con il senso di ferocia e mistero che però non fa paura ad una ragazza che porta in grembo il figlio di un abuso sconosciuto a tutti e che in quell’acqua sente un richiamo a perdersi e dialoga con essa. “Insieme alla barca sul punto di rovesciarsi anche lei vedeva le cose alla rovescia e si sentiva libera e vedeva uno sbocco per la sua vita ferma e senza meta”. Così, fingendo una caduta, affonda.
In quanto custode di tesori, il mare regala invece ad un uomo che ha l’ardire di immergersi nel profondo, la bellezza di un conchiglia, cosicché il brivido dell’acqua, una volta vinto, diventi dolcezza. Una conchiglia che custodisce il senso di un rito tra lo scoglio che l’intrappola, l’acqua che la leviga, la luce che irradia e la vitalità che racchiude al suo interno, lasciando un senso di bellezza e sentimento in chi la scopre.
Ma il mare è anche fascino dell’ ignoto, dell’immenso e dell’indefinito, calamitando chi lo naviga in cerca della magnifica solitudine per perdersi e sparire in quel deserto, fino a trovare la morte.
Perfino i tumulti interiori di un carcerato sono identificabili al tono cupo di risacca che sciacqua delicatamente la battigia.
Un mare che, dalla finestra della cella, si può  solo sentire rumoreggiare ed infrangersi sulla riva. “Contro di lui che era la riva”. Per vent’anni al mollo ogni notte, al freddo, prima di riemergere e vedere, però, tutto verde e buio come il fondale marino. “Un che di acquatico gli montava dentro”.
Il mare, una dimora spropositata in cui il dolore e la felicità sono attimi. Come l’ amore per una donna-delfino, che dà l’illusione che la felicità sia per sempre per poi scomparire senza lasciar tracce. All’uomo rimane solo il dimenticare, “spingere i ricordi nei meandri del mare dove le cose sono invisibili e sembrano non esistere”. Per poi rispuntare tra le onde quando le acque ritornano più trasparenti. Un nuovo amore. Una nuova perdita con l’arrivo delle correnti. Ma un giorno lei non fa più ritorno e “il rombo del mare esce come sangue dalla ferita”. I lasciti delle onde, dunque, come resti di un amore, delle sue macerie, della violenza di un innamorato ferito. Il mare che si scurisce fino all’orizzonte e sembra quasi avere un’anima. Ruggire in tumulto, avere volontà.
E ancora il mare, simbolo di eternità e continua invenzione, custode di segreti sommersi, continuo di furia e calma,” immensità salmastra”. Come il profondo di un’anima, l’interno di una coscienza, l’essenza di ogni sentimento.

Bisogna che l’uomo coltivi la naturale spinta ad immergersi, alla ricerca, al mordere la vita, arricchirsi, entrare in empatia, rischiare di sprofondare, per poi riemergere con più pienezza. O restare sul fondo, perire, ma pur sempre come testimone di Bellezza ed Autenticità.