Coronavirus, psicosi e crollo dei consumi. Il governo valuta le contromisure

La psicosi collettiva da Covid-19 – coronavirus per gli amici – a cui siamo sottoposti potrebbe consegnarci nuovamente fra le grinfie di una decrescita produttiva che, sebbene fosse stata calmierata da stagnazione (per gli altri paesi sintetizzabile in crisi, mentre per noi sinonimo di benedetta stasi atta quantomeno a non farci recedere), rischia di far capitolare il bel paese.

La condotta di alcuni mezzi d’informazione piegati ai prolifici e martellanti – in termini di “clickbait” – aggiornamenti da toto-contagio fa risaltare la sadica passione di chi, un tempo prostrato a stralunanti maratone televisive di criminologia applicata, si abbevera di tutto ciò che di noir offre la stampa. Il continuo clangore di queste ore, accomunato al corollario delle nostre endemiche ansie, ha contribuito a far si che i paesi europei – e non solo – innalzassero i livelli di guardia nei confronti di tutto ciò che perviene dall’Italia, mettendo in discussione finanche gli accordi di Schengen che sanciscono l’apertura delle frontiere interne dell’UE ed il libero transito dei cittadini. Succede così che l’Europa – prendendo in prestito le misure isolazioniste conclamate da alcuni tromboni della destra nazionalista, fra cui Le Pen, Orban, Farage e Salvini – si accinga a serrare porti e frontiere sul grugno dei sovranisti, conferendoli allo scomodo ruolo degli emarginati. Crisi e conseguenze votate ad un nuovo sentimento di chiusure sociali paventato dal timore che circoscrive gli italiani a novelli untori di manzoniana memoria.

Intanto lo scoccare delle ore, preludio di un caos di difficile governabilità, delimita gli immediati confini fra due fazioni ben precise che, salvo rare eccezioni, trovano un moderato punto d’accordo: allarmisti e negazionisti. Il vuoto di vedute, il marasma generale, l’aspra patologia – dai tratti prettamente italiani – delle divisività, rende l’agenda parlamentare colma di provvedimenti volti a determinare la chiusura di scuole, università, musei, teatri, cinema e chiese. Il tutto, naturalmente, genera numerosi contrasti e la spiacevole impressione – rafforzata dalle reciproche antipatie (strascichi di un nuovo e più feroce bipolarismo) che vedono contrapposti alcuni governatori delle regioni agli uffici della presidenza del consiglio – di un paese allo sbando, in cui il “pestarsi i piedi” sovrasta la tanto agognata unità nazionale, almeno per quanto riguarda le situazioni di relativa criticità. Così, al netto di corsie dei supermercati stracolme (in totale spregio di quei decaloghi igienico-sanitari esposti pressoché ovunque) le strade sono ora deserte, le città delimitate da cordoni sanitari, mentre le micro-economie locali e i rapporti sociali segnano un progressivo deterioramento. Scene da tutti contro tutti affollano la cloaca maxima dei social, alimentando la tensione e di conseguenza le frizioni in cui non sono più le popolazioni africane ad essere trend-topic bensì gli asiatici e poi, meraviglia di un contrappasso sviluppatosi nel corso degli ultimi giorni, i settentrionali.

Accantonando le fonti di ogni dissapore, è necessario sottolineare che i settori più colpiti sono quelli che concernono turismo e spettacoli. Stando a quanto dichiarato da Filippo Fonsatti, presidente della Federvivo (Federazione dello spettacolo dal vivo) dal 21 febbraio – giorno in cui è stato confermato il primo caso su territorio nazionale – ad oggi, la cancellazione di oltre 7400 spettacoli ha prodotto un ammanco di oltre 10 milioni di euro. La Confesercenti ha invece registrato perdite per oltre 3 miliardi di euro producendo un rischio concreto per oltre 60mila posti di lavoro. Il prezzo più alto lo pagano, almeno per ora, decine di alberghi che vedono cancellate le prenotazioni e centinaia di locali commerciali che subiscono sulla loro pelle una continua emorragia di clienti. I proprietari sono destinati a bloccare tutte le forniture, divaricando in modo ancor più ampio la forbice di un collasso annunciato, intanto sul capo di centinaia di dipendenti aleggia il fantasma della cassa integrazione.

Differenti vedute abbracciano invece gli organi che dirigono le grandi kermesse Made in Italy, se il “Salone del Mobile di Milano” – inizialmente previsto in aprile – rimanda l’apertura a giugno, in netta controtendenza Giovanni Mantovani, direttore organizzativo di Vinitaly – importante evento di enologia stanziato in Veneto – dichiara: “Il mondo del vino italiano già in passato ha dato un segnale positivo di svolta. Veronafiere è convinta che, anche in questa occasione, il settore potrà contribuire alla ripresa della nostra economia e a rilanciare un clima di fiducia nel Paese. Siamo consapevoli delle difficoltà del momento e dell’immagine distorta dell’Italia percepita all’estero, ma siamo persuasi che l’emergenza rientrerà consentendoci di organizzare regolarmente la manifestazione, che rappresenta il traino per il vino italiano nel mondo”.

Ci si prepara a fare i conti con danni pesantissimi e, se da un lato, un decreto legislativo del 25 febbraio da il via alla ricerca di nuove strade per le aziende, introducendo la tanto sospirata attuazione dello smart-working – a livello provvisorio fino al 15 marzo – che renderà più agile e sicuro il lavoro degli impiegati, dall’altro, le difficoltà riscontrate in termini di mantenimento della produttività e riduzione dei consumi sollecitano il lavoro del Ministero dell’Economia guidato da Gualtieri e del Ministero dello Sviluppo Economico capeggiato da Patuanelli che, nel corso di questa settimana, saranno costretti a varare provvedimenti fra cui: sospensione delle imposte per le zone rosse in primis, stimoli per rilanciare la produttività, iniziative per mitigare l’incombente crollo dei consumi. IL tutto nella speranza di conferire un briciolo di stabilità ad una situazione in cui la miccia è sempre più corta e, la bomba a orologeria governata dallo spavento delle masse, è in procinto di deflagrare.