Alla scoperta del cinema con il giovane Artemisio Desiderio

Dalla prima proiezione dei fratelli Lumiére, all’epopea del muto fino ad arrivare alle numerose evoluzioni del sonoro, sono circa 150 anni di cinema. Cinema che negli anni è entrato nelle nostre case, nei nostri computer e per i più fanatici anche nei piccoli schermi del cellulare, spoetizzandone, di certo, la visione ma rendendola facilmente accessibile a tutti. Il cinema, con il suo potere di trasportare lo spettatore in una dimensione astratta, rappresenta una delle arti più complesse ed enigmatiche, dal punto di vista tecnico e sociale, in quanto specchio della società che cambia è quindi in continua evoluzione anch’esso. Abbiamo scavato nella vita di un giovane regista e sceneggiatore emergente per comprendere il suo punto di vista e la matrice del desiderio di fare cinema.

Artemisio Desiderio è un giovane salernitano, classe ’93. A seguito della maturità artistica trascorre alcuni mesi presso la facoltà di Beni Culturali all’Università Federico II, per poi comprendere che quella non rappresenta la sua strada e dirottare, quindi, verso l’Accademia Delle Belle Arti di Napoli dove si laurea alla triennale in fotografia, cinema e TV, lasciandosi guidare nella scrittura della tesi di laurea dal suo autore e regista preferito, Coppola, raccontando la sua “italo-americanità” trasposta in 24 fotogrammi al secondo.


La mia passione per il cinema– racconta Artemisio- nasce da piccolo, intorno all’età di 7-8 anni quando guardavo i film di Totò in vhs con mia nonna e mio nonno dopo i compiti, per poi passare ai film poetici, comici e malinconici di Massimo Troisi e infine scoprire, grazie a mio nonno e a mio padre, il cinema americano di Coppola, Scorsese, Spielberg e altri”.

Totò, Troisi e i gradi maestri del cinema americano, rappresentano tre delle tante sfaccettature del cinema, che non hanno mai smesso di definire i gusti di una realtà in evoluzione diventando così colossal intramontabili.

Mi sono avvicinato al cinema in maniera abbastanza seria al liceo – continua Artemisio Desiderio– ma precedentemente, amavo molto fotografare: cosa che faccio ancora oggi è provare a raccontare una storia, anche piccola, in uno scatto”.

È dunque questo il senso della cinematografia: raccontare storie e permettere a chi ne usufruisce di riuscire ad entrare in empatia con le persone, le atmosfere, i luoghi a tal punto da poterne immaginare gli odori. L’abilità di trasportare lo spettatore verso nuove realtà è, senza dubbio, sostenuta da un’idea che trova la sua forma grazie ad un’equipe di scrittori, sceneggiatori, registi che lavorano in simbiosi. Quindi, cosa sarebbe un film senza una grande idea a sostenerlo?

“L’idea – spiega Artemisio- non giunge dal cielo ma dalla vita reale, dalla gente che prende il bus o il tram e lì pensi: chissà chi sono, cosa fanno nella vita e dove vanno e inizi così a fantasticare e ad inventare piccole storie. Importante è soprattutto la scrittura, senza di essa il film, il corto o qualsiasi contenuto multimediale non esisterebbe. Il lavoro di uno sceneggiatore va retribuito a pari di tutti gli altri, senza se e senza ma, anche perché senza storia non esisterebbe il prodotto finito e ciò che ne consegue”.

Insomma è chiaro come, nella realizzazione di un prodotto cinematografico, i vari elementi che lo costituiscono devono trovare un giusto equilibrio.

Un caro amico” è l’ultimo lavoro di Artemisio Desiderio, un cortometraggio scorrevole con risvolti pungenti.

Un caro amico, nasce in due ore di scrittura notturna molto intensa, dopo aver tirato fuori un vecchio spunto che risale a più di un anno fa. Dopo alcune revisioni, cinque per l’esattezza, è uscita la versione finale che poi è stata girata ed ora è in giro per i festival italiani”.

La storia offre una riflessione iniziale “La vendetta è un piatto che va servito freddo” sulla quale avviene l’intero scioglimento della vicenda. Affrontando il tema spinoso della vendetta, della volubilità dell’uomo, trasportando lo spettatore nel pieno del dialogo finale tra i due protagonisti, Franco Barbero e Paolo Belletrutti. L’andamento del corto rallenta durante la sua durata, la frenesia iniziale trova la sua apparente quiete, che si rivelerà poi fittizia, verso la fine, in una serie di ricordi del passato, in cui emergono segreti inconfessabili, sentimenti nascosti accompagnati da lunghi e pesanti silenzi e soprattutto da una giusta dose di rancore che porterà uno dei protagonisti alla vendetta iniziale. In una sequenza di battute vengono portate a galla tematiche calde che, un po’ alla volta, delineano un’atmosfera che raggiunge l’apice della tensione sul finale.
Tuttavia, non vi è un’unica chiave di lettura, il finale imprevedibile lascia la possibilità di assumere diversi aspetti e significati a seconda di chi lo guarda.

“Ci sono storie– racconta Artemisio-  che nascono adatte per brevi durate e vanno raccontate in quanto tali, in pochi minuti, senza per forza snaturarle per poi trasformarle in storie per un lungo a tutti i costi, anche perché non sempre si sortisce lo stesso effetto”.

In definitiva, per un buon prodotto cinematografico, non importa se sia un lungo o un corto, ciò che importa sono le emozioni che la storia riesce a suscitare, quelle che da anni ci fanno amare il cinema e le sue tante, infinite, sfumature.