La rivolta dei lenzuoli. Dopo Salerno, Salvini beffato in ogni città

Il leader della Lega Matteo Salvini, all’inizio dell’estenuante tour elettorale che continua a tenerlo lontano dalle stanze del Viminale, probabilmente non immaginava che l’onda sovranista, pronta ad abbattersi sul paese, avrebbe perso vigore, incontrato in giro per il paese focolai di protesta sempre più nutriti. Mentre le opposizioni sonnecchiano e gli alleati di governo allestiscono un contraltare che pecca di credibilità, qualcosa sta accadendo in risposta al clima di brutale propaganda fomentato quotidianamente. L’apparizione di Salvini il 6 maggio in Piazza Portanova a Salerno è stata indubbiamente la miccia che ha innescato un processo: in una città militarizzata a beneficio di poche centinaia di fan salviniani, l’episodio dello striscione “Questa Lega è una vergogna”, rimosso da un’abitazione privata in seguito all’intervento della Digos, ha scatenato una reazione a catena in giro per l’Italia. Salvini è atteso ormai ovunque da una scenografia imperante di messaggi esposti sul balcone, quasi mai infamanti, sempre carichi di un’ironia che si fa beffa del potere di turno e delle sue parole d’ordine. Dei suoi scandali e dei suoi connotati grotteschi. Brembate, Campobasso, Catanzaro, Napoli, Milano. Forme spontanee di resistenza a un potere dopato dai sondaggi e che si crede inattaccabile, pronto a sferrare l’ultima offensiva per capitalizzare quel consenso ormai giunto al suo apice. La rivolta dei lenzuoli è una sfida a colpi di creatività e sarcasmo, da principio accompagnata dai toni sempre più ruvidi del ministro e da un crescente nervosismo sorto nell’entourage leghista, consapevole dell’impatto mediatico e simbolico di proteste potenzialmente virali, che puntualmente hanno sortito un effetto boomerang per il leader. Inevitabilmente inaugurato dagli episodi di Salerno, al cospetto dei quali in tanti hanno riscontrato modalità proprie a un’opera repressiva. È il caso di Valentina, la ragazza di Baronissi che si è infiltrata nella fabbrica del selfie post-comizio per incalzare provocatoriamente il leader della Lega: “Non siamo più terroni di m…..?”. Video ormai notissimo che testimonia l’irruenza con cui alla ragazza è stato scippato il cellulare su richiesta dello stesso Salvini. “Mi hanno poi minacciata, dicendomi che lo avessi rifatto mi avrebbero spezzato le dita…”. Così come la rimozione forzata di alcuni striscioni innocui esibiti sui balconi, misure motivate ricorrendo a un’interpretazione non sempre limpida, e nella fattispecie a un’applicazione restrittiva, dell’articolo 72 della legge numero 26 del 1947 che punisce “chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione di propaganda elettorale, sia pubblica che privata”. Una legge però risalente all’immediato dopoguerra, una fase in cui le contestazioni sfociavano generalmente in violenti scontri. Ma l’eredità della giornata napoletana, in cui al potere non sembrava esserci il ministro piombato per il comizio ma la sconfinata fantasia partenopea, ha lasciato un segno tangibile. Un fermento necessario all’iniziativa. Che adesso allarga gli orizzonti, non fissa i suoi limiti alle imminenti scadenze elettorali. E così anche da Salerno si risponde agli appelli moltiplicatisi nel resto del paese. In un video, rilanciato anche da Repubblica Tv, gli stessi artefici dello striscione, poi rimosso, “Questa Lega è una vergogna”, raccolgono l’invito giunto da Milano. “Dal 6 maggio 2019, giorno in cui fu rimosso il primo striscione da un’abitazione privata in Piazza Sedile di Portanova, si è avviata una reazione a catena senza fine in tutto il Paese. Non fermiamola. La libertà di espressione non è un reato! Lanciamo questo appello affinché ogni libero cittadino esponga senza paura le proprie idee in qualunque forma”. Il loro intento è dare linfa alla proliferazione di una forma di protesta tanto semplice quanto incisiva, che esorta ad accogliere i presupposti per la rinascita di una coscienza civile, a partire da un protagonismo sociale non più intrappolato dalle memorie ma pronto a sfociare in un movimento d’opinione. L’antidoto all’egemonia di ogni spinta demagogica e reazionaria.