Autonomia, la riforma ammazza Sud della Lega che mina la coesione nazionale

“Prima gli italiani”, slogan efficace, comunicativo, che ha in dote il ricorso a un capro espiatorio, a un nemico comune. Uno slogan che scinde i drammi dell’umanità in base al passaporto, capace di compattare sugli istinti verso il basso una quota consistente di popolazione, ad alimentare la guerra tra poveri. “Prima gli italiani”, lo slogan del brand sovranista, infallibile nell’aizzare e reclutare adepti contro un Sud meno prossimo, più esteso, profondo e sofferente. Il Sud del mondo. Ma poi c’è il meridione. Il Sud Italia, loro malgrado, esiste. E proprio al cospetto di un ignaro mezzogiorno, dove Salvini ha raccolto un numero spropositato di voti alle Europee, si sta consumando una battaglia politica sapientemente trascurata dallo storytelling salviniano, dall’agenda politica fatta di migranti e paure da coltivare. Quella sull’autonomia differenziata. 

La riforma, spinta dalla Lega e dalle regioni settentrionali, richiede una legge di rilevanza costituzionale, d’iniziativa governativa. La base è il testo delle intese col governo raggiunte da ognuna delle regioni richiedenti, dentro le quali c’è di tutto, dalla regionalizzazione della scuola alla gestione delle ferrovie: 23 materie delegate, tutte quelle consentite dall’articolo 116 della Costituzione riformata. Le ultime bozze, datate 16 maggio, gettano sul tavolo una moltitudine di funzioni: istruzione, sanità, ricerca, infrastrutture, ambiente, beni culturali, sicurezza sul lavoro, previdenza integrativa, rischiano di passare sotto la responsabilità delle regioni, che si finanzieranno trattenendo una parte delle imposte riscosse sul territorio. Secondo il disegno leghista, pari quasi alla metà. Le regioni chiedono di trattenere le somme da Irpef, Iva e Ires per gestirle in autonomia. I soldi da gestire in proprio andrebbero però sottratti alle entrate statali creando una voragine nei conti pubblici. Incalcolabile per via delle mille variabili di spesa. Uno scenario accattivante per le regione più ricche del paese.

Emblematica la situazione che si verrebbe a creare nel mondo della scuola. La regionalizzazione porterebbe all’abolizione del valore legale del titolo di studio, all’autonomia sui contratti collettivi di lavoro, sui concorsi, sulla mobilità, sui ruoli e sugli stipendi del personale. Di fatto l’istituzione di gabbie salariali, la soppressione dell’universalità del diritto all’istruzione.

Con la riforma, i meccanismi solidaristici, di coesione nazionale, territoriale, sociale, salterebbero su una mina. In un paese non più paese, dove le locomotive non trainano più i vagoni in fondo al treno, la riduzione del Parlamento a una mera funzione notarile costituirebbe il deragliamento dell’idea stessa di paese. Una sciagura per il mezzogiorno. Gli esperti parlano di frantumazione, sostanzialmente irreversibile, delle strutture materiali e immateriali alla base della collettività e dell’indennità nazionale.

Sul piano politico, la riforma segna anche una profonda spaccatura all’interno del M5S: osteggiata da eletti, ministri e sottosegretari del Sud, promossa e accompagnata da quelli del Nord. Ma la principale forza di governo, sempre più in difficoltà, ha il suo baricentro al Sud e dunque le resistenze alla fine potrebbero garantire una barriera al provvedimento. A chi insiste sul voto referendario, va ricordato l’esito sciagurato delle ultime consultazioni, in cui l’umore popolare, la protervia nel punire o promuovere forme di leaderismo, ha prevalso sul merito della questione. Soprattutto in un paese ebbro di propaganda e di retoriche selvagge. In un paese costantemente alle prese con il suo disagio democratico.

Al Sud l’ennesima fascinazione mediatica di un personaggio politico può provocare danni irreparabili. È la parabola nichilista dell’Italia profonda, pronta a consegnarsi, come spesso accaduto nella storia, a chi penetra nella condizione di miseria e di malessere sociale per confezionare miti e illusioni, per trarne profitto. Ma sotto la veste nazional-sovranista della Lega, emergono le parole d’ordine del leghismo tradizionale, un neo secessionismo mai domo nelle aule parlamentari, spinto dalla base padana. Ovvero, “Prima il Nord”.